Non sempre i meccanismi metafisici o le teorie occultiste sono del tutto chiare, in quanto ancora oggetto di speculazione filosofica e fantascientifica. Qui vogliamo provare a dare forma più facile e leggibile alle idee che animano l’immaginario dei pensatori moderni, degli scrittori, artisti e critici del Connettivismo e del Postascetismo.
Si può dire che l’idea di apparenza e sostanza sia radicato fin dall’antichità. Platone è il primo a parlare di Noumeno, (da nooúmenon in greco, “ciò che viene pensato”) rappresenta una specie intellegibile o idea e indica tutto ciò che non può essere percepito nel mondo tangibile, ma a cui si può arrivare solo tramite il ragionamento. Il noumeno compare anche nella filosofia di Immanuel Kant (dove è anche chiamato cosa in sé, in tedesco Ding an sich). In Kant il noumeno è un concetto dai caratteri problematici che si riferisce ad una realtà inconoscibile ed indescrivibile che, in qualche modo, si trova “al fondo” dei fenomeni che osserviamo, sullo sfondo, al di là dell’apparenza (di come cioè le cose ci appaiono).
Arthur Schopenhauer riprende da Kant i concetti di fenomeno e noumeno. Il fenomeno è il mondo come appare a noi mentre il noumeno è la cosa in sè, la realtà come veramente è. Il fenomeno per Schopenhauer è parvenza, illusione, sogno. Le forme a priori della nostra coscienza (spazio, tempo, causalità) alterano la realtà facendocela vedere in modo diverso da come essa veramente è. Il fenomeno è il prodotto della nostra coscienza. Per questo il filosofo tedesco afferma che il mondo è la mia rappresentazione. Ma al di la del fenomeno c’è la cosa in sé che l’uomo desidera conoscere. Proprio perché l’uomo sente questa necessità di conoscere il noumeno egli è un animale metafisico.
Il fenomeno - ovvero le cose come ci appaiono elaborate dalle forme a priori di spazio e tempo e dalla categoria di causalità da vita alla scienza - è oggettivo ma non vero, perché offuscato dal ‘Velo di Maya‘: un limite ineffabile che impedisce ai sensi di percepire la vera realtà.
Allo stesso modo, il Paradigma Olografico sostiene che la realtà delle cose è un illusione. Se la separazione tra le particelle subatomiche è solo apparente, ciò significa che, ad un livello più profondo, tutte le cose sono infinitamente collegate. Gli elettroni di un atomo di carbonio del cervello umano sono connessi alle particelle subatomiche che costituiscono ogni salmone che nuota, ogni cuore che batte ed ogni stella che brilla nel cielo. Tutto compenetra tutto. Sebbene la natura umana cerchi di categorizzare, classificare e suddividere i vari fenomeni, ogni suddivisione risulta necessariamente artificiale e tutta la natura non è altro che una immensa rete ininterrotta. Un Velo di Maya quantistico, in poche parole.
L’ordine rosacrociano cabalistico dell’O.T.O. , del mago inglese Aleister Crowley partorì diversi pensatori mistici, che si avvicinarono molto a questo ragionamento sul noumeno. In particolare, Frater Achad, nel suo “Anatomia del corpo di Dio” interpretò e teorizzò una struttura particolare della realtà universale, spiegando alcuni termini oscuri utilizzati dal suo maestro per chiarire le idee del movimento.
Hadit è la cosiddetta “contrazione della rosa”, in altre parole l’”infinitamente piccolo”, nucleo primigene di tutto.
Nuit è la massima “espansione della rosa”, ossia la composizione totale dell’universo nella sua vertiginosa scalata verso l’infinitamente grande.
Ra-hoor-kuhit rappresenterebbe invece una sorta di “mediazione” fra le due forze sopraelencate. Tutte e tre le entità sono rappresentate da una divinità, uno spirito, e hanno tutte dei chiari significati metaforici, che adesso non andiamo a esaminare, eccetto una.
Hadit. Se come sosteneva David Bohm col suo universo olografico esiste una fonte a tutta questa illusione, un punto oltre lo spazio e il tempo che emana una raggiera di infinite rappresentazioni subatomiche della medesima entità, allora si può azzardare che la sorgente non sia altro che Hadit stessa, la Volontà Schopenhaueriana.
La Volontà di vivere in realtà non è solo la radice noumenica del nostro io ma di tutta la realtà. Infatti la Volontà di vivere si oggettivizza in tutta la realtà fenomenica: nelle cose inaminate, nelle piante, negli animali e nell’uomo (in cui raggiunge la massima consapevolezza). La volontà di vivere non si oggettiva solo nel fenomeno ma anche nelle idee che sono i modelli incorruttibili delle cose fenomeniche. La volontà di vivere essendo al di là del fenomeno è aspaziale, atemporale, incausata, senza fine e senza scopo. Il palliativo divino perfetto, al quale si riconduce ogni ordine organizzato, ogni ente universale che sottostà alle leggi del macro-cosmo. La Volontà di vivere è il sostituto logico di Dio, una forza che ha il dovere di eiaculare la vita incurante dei risultati, un motore antropico, dinamico, ineffabile, probabilmente puro spirito, o contatto essenziale con i mondi del Sovrannaturale.
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